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Una Sinfonia per la Baronessa von Meck

Pubblicato il 04/01/2021

Alla mia migliore amica. Questa la dedica in calce all’autografo della Quarta sinfonia di Čajkovskij e che cela, in una discrezione volutamente sibillina, il rapporto umano forse più importante nella sua vita: quello con la baronessa Nadežda von Meck, sua mecenate.

Proprio nel 1877, quando ne cominciò la composizione, era infatti cominciato il loro lungo rapporto epistolare (i due non si incontrarono mai), ed in una lettera del maggio di
quell’anno la Quarta è citata per la prima volta. La Sinfonia non fu particolarmente ben accolta; la sua estrema lunghezza (il primo movimento, della durata di circa venti minuti, arriva quasi ad eguagliare la somma degli altri tre, ed è uno dei più lunghi tempi di sinfonia mai composti da Čajkovskij) la rendeva somigliante, come scrisse Sergej Taneev, suo amico ed ammiratore e compositore egli stesso, a “un poema sinfonico cui fossero stati appiccicati altri tre movimenti per il solo scopo di poterlo chiamar sinfonia”.

Come Taneev, la baronessa von Meck era stata fra gli spettatori della prima, e la Sinfonia l’aveva enormemente colpita; subito dopo scrisse un’appassionata lettera al compositore, domandogli che cosa avesse ispirato una musica di tale potenza; la risposta si spinge ben oltre, definendo un programma per la composizione e dandoci la rara occasione di vedere un lavoro dal punto di vista del suo artefice.



La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero - e posso - dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto.

La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero - e posso - dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto.

La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero - e posso - dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto.

Riferendosi alla fanfara iniziale degli strumenti a fiato, fino all’entrata del tema ai violini e ai violoncelli, da lui stesso paragonato, in una lettera a Taneev, con il “tema del destino” della Quinta di Beethoven, affermava poi che “il tema di apertura il Fato, la forza inesorabile che impedisce alle nostre speranze di felicità di avverarsi; che sta in agguato, gelosamente, per impedire che il nostro benessere e la nostra pace possano diventare piene e senza nubi: una forza che, come la spada di Damocle, pende perpetuamente sul nostro capo e di continuo ci avvelena l’anima. Questa forza è ineluttabile e invincibile”.
 Con il Moderato con anima, il primo tema della Sinfonia, il cui inizio è riconoscibile per l’entrata di violini e violoncelli, accompagnati con estrema leggerezza dagli altri archi e da un corno, “la disperazione e la tristezza diventano più forti, più cocenti. Non sarebbe più saggio distogliersi dalla realtà e immergersi nel sogno? Oh, gioia!” Ed ecco il secondo tema, che vede protagonisti dapprima il clarinetto ed il fagotto, poi le viole ed i legni in generale, con un leggerissimo accompagnamento di archi: “Alfine appare un dolce e tenero sogno. Una fulgida, soave immagine umana aleggia d’innanzi a me, mi chiama. Come bello e remoto, ora, appare il primo ineluttabile tema dell’Allegro!

Il Secondo tempo “esprime un’altra fase di sofferenza. È la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli, stanchi del lavoro, e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano.
I ricordi si affollano in noi. Come sono dolci quelle memorie di giovinezza, ma come è triste che tante cose siano
state e siano trascorse per sempre!

Si rimpiange il passato, eppure non si vorrebbe ricominciare daccapo la vita, ci si sente troppo stanchi. È più piacevole riposare e rivolgere lo sguardo all’indietro, ricordando tante cose. C’erano momenti felici, quando il giovane sangue scorreva caldo e la vita esaudiva ogni nostro desiderio. C’erano anche momenti difficili, perdite irreparabili, ma sono ormai lontani. È triste e pur dolce tuffarsi così nel passato”.

Mentre Il Terzo tempo “non esprime sensazioni definite, è piuttosto una successione di capricciosi arabeschi, quelle immagini inafferrabili che passano nella fantasia quando si è bevuto del vino e si avvertono i primi segni dell’ebbrezza. L’anima non è né gaia né triste. Non si pensa a nulla: l’immaginazione ha libero corso e comincia, non si sa perché, a tracciare strani disegni. D’improvviso si presenta allo spirito la visione di contadini un po’ brilli, una breve canzone di strada risuona”.


La visione è magistralmente rappresentata dall’improvviso passaggio da archi pizzicati ad ottetto di legni con ottavino, seguita da quella di un “corteo militare” che passa lontano, evocata da una breve fanfara di ottoni e timpani con l’aggiunta dei legni in conclusione, costituisce, da un punto di vista formale, il Trio dello Scherzo. “Le immagini sono assolutamente sconnesse, come quelle che fluttuano nella mente allorché ci si addormenta”.

Ed ecco l’esposizione del Quarto tempo: “se veramente non trovi motivo di gioia in te stesso, guarda gli altri. Va’ in mezzo al popolo, vedi come esso sa abbandonarsi alla gioia. Una festa rustica è descritta. Non appena però hai dimenticato te stesso in questa visione della gioia altrui, ecco che il Fato inesorabile riappare a ricordarti di te stesso. Ma gli altri sono indifferenti verso di te; non volgono neppure il capo, non ti guardano neppure, non si accorgono che tu sei solo e triste. Ah, come si divertono! E come sono fortunati di essere governati da sentimenti così semplici ed immediati! Da’ la colpa a te stesso e non dire che tutto il mondo è triste; esistono gioie semplici e pur forti. Rallegrati nella felicità altrui e la vita sarà sopportabile”.

L’opera è stata scritta in un momento drammatico della vita del compositore: il suo disastroso matrimonio di circostanza con l’ex allieva Antonina Miljukova, motivato da un disperato tentativo di nascondere alla società la propria omosessualità, era naufragato quasi ancor prima di cominciare, lasciandolo tanto prostrato da tentare il suicidio; in un poscritto alla lettera scrive:

Tutto l’inverno passato ho sofferto di una terribile ipocondria: la Sinfonia è un’eco veritiera di quello che provavo. Ma non è più di un’eco. Come riuscire a tradurre ciò in parole chiare e definite? Già ho dimenticato molte cose di quel periodo, ho solamente un ricordo dell’orrore e dell’intensità di ciò che provavo.

Tutto l’inverno passato ho sofferto di una terribile ipocondria: la Sinfonia è un’eco veritiera di quello che provavo. Ma non è più di un’eco. Come riuscire a tradurre ciò in parole chiare e definite? Già ho dimenticato molte cose di quel periodo, ho solamente un ricordo dell’orrore e dell’intensità di ciò che provavo.




Lorenzo Casati

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