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Musica "degenerata" al tempo del regime nazista

Pubblicato il 26/01/2021

 In seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale e al Processo di Norimberga, si analizzò e si tentò di capire le cause e i motivi che avevano portato all'Olocausto, all'indicibile “Male assoluto”. Come era stato possibile? 
La pensatrice (non amava essere chiamata filosofa) di origine ebraiche Hannah Arendt raccontando il difficile processo ad Adolf Eichmann nel 1961, andando controcorrente al pensiero dell'epoca, parlò invece di 'Banalità del Male'. 

© Getty Images. Una foto delle attrezzature usate per registrare il processo
Era stata inviata dal "New Yorker" a Gerusalemme per assistere e raccontare il processo-evento a uno dei più terribili funzionari nazisti (era stato coordinatore e responsabile della ‘macchina’ delle deportazioni) in seguito alla sua rocambolesca cattura in Argentina da parte del Mossad. 
Il ritratto che la Arendt propone dell’uomo Eichmann aveva colpito l’opinione pubblica dell’epoca, che applaudiva la cattura del gerarca nazista. Infatti, la pensatrice lo aveva descritto nella sua incapacità di pensare, non per una mancanza d’intelligenza ma per un’incapacità di distinguere il bene dal male. “Eichmann, come molti criminali nazisti, poteva essere tenero con i suoi bambini, e obbedire all’ordine di organizzare nella maniera più efficiente l’eliminazione di vittime innocenti”. 
Al di là dell’aspetto storico, la posizione (molto criticata) della pensatrice Arendt metteva sotto gli occhi di tutti una questione molto importante. Era necessario cercare di comprendere il meccanismo socio-politico e culturale che aveva portato al progetto di annientamento di un popolo, ma anche a quello culturale di una nazione e che aveva condotto al pensiero unico, con cui si erano scontrati alcuni compositori (Paul Hindemith e Arnold Schönberg su tutti) etichettati come ‘entartete Musik’: Arte degenerata nemica del regime nazionalsocialista.
Inizialmente, il termine era stato usato nell’Ottocento dal medico e criminologo Cesare Lombroso per indicare un deterioramento morale e spirituale, e poi venne adottato negli anni Venti da Adolf Hitler per condannare la Cultura Moderna che (nella sua visione) manifestava sintomi del declino nazionale: la musica jazz con i suoi ritmi sincopati, la musica atonale di Schönberg & co, tutti gli autori di origine ebraiche e, poi, i generi che non si allineavano con le idee del regime. Una musica che non promuoveva il regime, come avrebbe fatto invece Carl Orff (la sua posizione con il Nazionalsocialismo è ancora al centro di attente ricerche storiche).

Un evento fu particolarmente importante nel concretizzarsi dell’idea di Arte degenerata. Il 19 luglio 1937 a Monaco di Baviera, presso l’Istituto di Archeologia dell’Hofgarten, si era tenuta la mostra Entartete Kunst, curata da Adolf Ziegler, “un attardato e pomposo pittore accademico che il regime nazista, nel novembre del 1936, ha messo a capo della Reichskammer der Bildenden Künste (Camera del Reich per le Arti Visive), un istituto nato per promuovere l’arte tedesca ritenuta conforme, ma che nel periodo della mostra viene anche incaricato di ritirare dai musei tedeschi tutti i dipinti che contravvengono ai principi del regime stesso”.


In seguito, venne anche organizzata una mostra a Düsseldorf, in concomitanza con il primo Reichsmusiktage (Giornate nazionali per la musica) dove venivano esposti alcuni ritratti di compositori diffamati (Schönberg, Webern, Hindemith, Stravinskij, Weill, Krenek, Reutter), sotto i quali furono stampati slogan che attaccavano il carattere e l’origine razziale di ciascuno, nonché opere teoriche, articoli, spartiti e venivano screditate riviste di musica moderna come “Melos” e “Anbruch”. 

Inoltre,  al centro della sala espositiva, si potevano trovare speciali cabine di ascolto per consentire al grande pubblico di ascoltare registrazioni della musica che veniva pubblicamente ostracizzata. Per imparare a riconoscere il 'nemico'.

Gli artisti definiti ‘degenerati’ si trovarono a fronteggiare un destino difficile e talvolta infausto. Rubando le parole al grande Toltsoj, ognuno “è infelice a modo suo” e così questi dovettero trovare un modo per fuggire alle barbarie. Alcuni compositori, come Arnold Schönberg, Igor Stravinskij e Kurt Weill,  lasciarono l’Europa per trovare rifugio nei democratici Stati Uniti d’America, nuova terra promessa per gli artisti in fuga dalle persecuzioni razziali o dalla Guerra.

 In particolare, il padre del linguaggio dodecafonico venne cacciato nel 1933 dalla sua cattedra alla Kunstakademie di Berlino, per le sue origini ebraiche. Seppur lontano dalla sua Europa, non avrebbe mai dimenticato le sue origini e la sua storia, scrivendo Moses und Aron e omaggiando le vittime dell’Olocausto nel postumo Sopravvissuto di Varsavia

Tra i più importanti compositori di una nuova sensibilità diffusasi tra le due Guerre, Paul Hindemith rappresentò un ‘caso’ nella Germania nazista. Ritenuto un esponente della musica degenerata, dopo il successo della sua opera più controversa, Mathis der Maler, presentata nel marzo del 1934 a Berlino, il compositore subì gli attacchi dei nazionalsocialisti sulla stampa. In tutta risposta, il direttore d’orchestra Willhelm Furtwängler (la cui posizione con il regime per alcuni rimane ancora dubbia) prese le difese dell’amico Hindemith e nel novembre di quell’anno pubblicò sulla rivista “Deutsche allgemeine Zeitung” un articolo dal titolo Der Fall Hindemith, con l’obiettivo di calmare le acque e provare a intercedere con Hitler per una sua riabilitazione. 
 Paul Hindemith con alcuni allievi


L’effetto di quest’operazione fu purtroppo contraria: l’articolo suscitò grande interesse e Joseph Goebbels, il ministro della propaganda nazista, durante un discorso al Palazzo dello Sport di Berlino, diffamò Hindemith, definendolo un ‘ciarlatano’ e un ‘produttore di rumore atonale’. Furtwängler infine si dimise (si riconciliò con i nazionalsocialisti qualche mese più tardi) e Hindemith prese un congedo a tempo indeterminato dalla cattedra di composizione alla Berlin Musikhochschule. Anch’egli, come gli altri suoi colleghi, si trovò costretto a lasciare la Germania e si divise tra Ankara, Stati Uniti e Svizzera. 

© Paolo Dalprato
Casi meno fortunati sono quelli rappresentati dal tardo romantico Erwin Schulhoff (musicista ceco di origine ebraica a cui laVerdi ha dedicato un concerto nella Stagione sinfonica 2018/19, eseguendo la sua Sinfonia n. 2 diretta dal M° Timothy Brock) e dal pianista e direttore d’orchestra Viktor Ullmann.

Nato a Praga nel 1894, Schulhoff aveva tentato di lasciare la Repubblica Ceca nel 1939 chiedendo la cittadinanza all'allora Unione Sovietica. Purtroppo la Guerra imperversava: la Cecoslovacchia venne occupata dai tedeschi, e poco dopo anche la Russia e venne quindi arrestato, per trovare la morte, come il padre, in un campo di concentramento nel 1942 a Wülzburg. 
Una sorte simile toccò anche a Ullmann, che finì "insieme ad altri cento, passato per un camino" del campo di concentramento di Auschwitz, dopo un periodo trascorso al campo di Terenzin, divenuto celebre per la sua straordinaria vita artistica, a cui il pianista diede un grande contributo.


Valentina Trovato

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